Raramente ho provato tanto entusiasmo nell’iniziare una lettura come per questo libro di Beppe Fenoglio: ho aperto il libro quasi per caso e sono rimasto incollato alle pagine, abbandonando all’istante un altro libro che stavo faticosamente leggendo.
A conquistarmi subito è stato il stile di Fenoglio: pulito, lucido e realistico, ma infiocchettato di ricami di parole affascinanti. Leggere Fenoglio è un po’ come stare ad ascoltare uno di quei partigiani montanari di cui lui racconta, quelli che immagino parlare con una saggezza popolare tanto semplice quanto intrigante. Il fatto è che sembra, semplice, scrivere un racconto così, ma col cazzo che lo è davvero.
Una questione privata è un romanzo breve, la prima parte del libro, ed è di una spettacolarità indescrivibile. Oltre allo stile, su cui penso di aver già sviolinato abbastanza, mi ha coinvolto subito l’immediatezza della storia, e a tenermi col naso attaccato al libro a lungo è stata invece la sua struttura complessa: è un racconto costruito su tre livelli. C’è il livello della memoria storica (perché, purtroppo, evidentemente c’è – mai come ora – un assurdo bisogno di ribadire che i partigiani erano qualcosa di totalmente diverso da e non equiparabile a quelli che hanno combattuto per la Repubblica di Salò), c’è una storia d’amore sorprendentemente delicata e struggente (che è la questione privata del titolo: è l’amore che spinge un giovane partigiano a rischiare tutto, quasi dimenticandosi della feroce guerra in corso, solo per cercare la verità sulla sua amata) e, infine, c’è il livello – che può sembrare scontato, ma non lo è per niente – dell’avventura e dell’azione (perché, sì, i partigiani avevano una vita decisamente movimentata ed emozionante). Queste tre storie avrebbero composto tre racconti stupendi, ma messi insieme, signore e signori, raggiungono le più alte vette della letteratura.
La seconda parte del libro, I ventitre giorni della città di Alba, è una raccolta di racconti brevi, principalmente sui partigiani, e in confronto alla magnificenza della prima parte sono solo delle istantanee – ma non per questo meno emozionanti o utili (sì, lo so che è un termine bruttissimo se riferito a un qualcosa come la letteratura) – e hanno l’indiscutibile pregio di far luce su maggiori dettagli della vita partigiana: ci raccontano di questi ragazzini spauriti che, nonostante imbracciassero un fucile, sempre ragazzini spauriti erano; ci raccontano la tragica disorganizzazione dei partigiani che troppo ha pesato in alcune circostanze; ci raccontano anche il loro sentirsi disadattati nel mondo una volta che la guerra è finita; ci raccontano, in sostanza, l’altra faccia della storia epica dei partigiani, quella che vorremmo ignorare per prendere in considerazione solo l’idea eroica di un gruppo di uomini che hanno lottato per la nostra libertà. Non è un caso se, alla sua uscita, questo libro ha sollevato dubbi e perplessità negli animi della sinistra dell’epoca che tendeva decisamente verso una sorta di agiografia dei combattenti della Resistenza.
Perdonatemi l’entusiasmo con cui sto scrivendo: ho cercato di trattenere quello in eccesso, ma quando mi imbatto in un libro del genere mi riesce difficile contenere il fanboysmo latente in me.
Voto: 
P.S.: oh, io devo dirlo: essere un partigiano deve essere stato una figata pazzesca! :D