E venne il giorno

» Scritto da Il Signor Carlo il 28/06/2008 alle 21:09  » 1 commento
» Categorie: film, tag:

the happeningE’ l’ultimo film di M. Night Shyamalan (che si pronuncia proprio “sciàmalan”, senza troppe complicazioni). E’ anche il primo film brutto suo che vedo, ma forse solo perché non ho ancora visto Lady in the water. Gli altri, invece, li ho apprezzati parecchio.

Avvertimento: se il film non l’avete ancora visto e vi interessa vederlo senza che qualcuno, tipo me, vi rovini le parti buone del film, beh, non andate avanti a leggere. So che la tentazione è forte, ma fate uno sforzo. Certo, potreste pur sempre prendere la saggia decisione di leggere il resto e non andare al cinema o, ancora meglio, non leggere nemmeno e non andare al cinema. In entrambi i casi risparmiereste qualcosa come circa 7 euro (o poco di più o poco di meno) e, nel secondo caso, anche dei minuti preziosi di tempo. Tutto grazie a me. Per questo, quindi, ritengo che sarebbe lecito investire il denaro risparmiato in… mmm, sì, in me. O nel mio conto corrente. Fidatevi: ne farò buon uso. Ad esempio: non lo userei per riandare a vedere E venne il giorno. Eh? No? Non vi basta come garanzia. E va beh…

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E ora, qualcosa di completamente non richiesto

» Scritto da Wick il 27/06/2008 alle 22:59  » 8 commenti
» Categorie: avanzi, tag:

Il punto è che io ultimamente sto leggendo libri un filino seriosi, forse anche un po’ troppo seriosi, ma comunque decisamente seri, di quei libri che poi non mi viene voglia di venire qui e fare lo scemo, ma neanche di scrivere qualche commento serio, un po’ perché non ne sono tanto capace, di fare commenti seri, un po’ perché mi sentirei scemo (e, volendo, è anche paradossale il fatto che mi senta più scemo quando provo a fare commenti seri di quando cerco di fare lo scemo, ma vabbè). A questo, poi, si aggiungono tante cose, tipo la crisi del rapporto tra me e il web (2.0 e non), quindi se un tempo mi veniva comunque di venire qui a scrivere due stupidaggini anche se non parlavo di libri o cose così, giusto perché magari mi andava di scrivere due stupidaggini, ora mi dedico ad altro (tipo la lettura di libri seriosi, per dire) (ma non solo, in effetti: per fare un esempio, oggi ho mangiato il sushi per la prima volta in vita mia. Cioè, io ero curioso da un po’, ma in effetti non sapevo bene cosa fare: andare al ristorante, prepararmelo a casa? Cioè, boh, come si fa? E allora oggi per caso ho scoperto che proprio qui, a Bari, vicino la mia università, c’è un negozio che si chiama mysushi, e che ha anche un sito web, che vende sushi già pronto da portare via a prezzi ragionevoli – non proprio da mangiarci tutte le sere o tutte le settimane, ma ragionevoli, dai – e mi sono fatto prendere dalla curiosità e ne ho preso un paio di scatole e l’ho mangiato. Oh, a me il pesce non piace quasi per niente, ma cazzo, il sushi è delizioso: sinceramente immaginavo che al massimo mi sarebbe piaciuto un po’ ma che l’avrei trovato strano, e invece è sensazionale, è una delle cose più buone che abbia mai mangiat… aspetta, ma com’è che sono finito a scrivere di sushi? Chiudo ‘sta parentesi, và, che manco ricordo che stavo scrivendo).

Stavo dicendo…? Ah sì: state lontani dalla mia birra.

Dodici casi per i Vedovi Neri

» Scritto da Wick il 22/06/2008 alle 10:22  » 0 commenti
» Categorie: libri, tag:

Immagine di Dodici casi per i Vedovi NeriIn cerca di una lettura leggera e spensierata mi sono buttato su questo secondo volume di racconti gialli di Asimov, sempre pubblicato dalla mia adorata minimum fax. E questa seconda raccolta ha confermato le impressioni positive che mi aveva dato il primo volume un annetto fa: racconti freschi, leggeri e piacevolmente ingegnosi.
Ho letto qualche commento su aNobii in cui ci si lamenta della struttura fissa dei racconti, che finiscono sempre con il cameriere Henry che trova una brillante soluzione partendo da un dettaglio insignificante che nessun altro membro aveva notato, ma io francamente preferisco trovare rassicurante questo ripetersi continuo, anche perché, in tutta sincerità, non ho molte pretese da questa che ritengo letteratura di puro intrattenimento – pur se di buona qualità.
Durante la lettura di questo volume, comunque, mi sono accorto di una cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso: in tutti i racconti non c’è un solo personaggio femminile. La cosa è così palese che mi sono stupito per non essermene accorto prima: tutti i personaggi fissi – ovvero i membri del club e il geniale cameriere – sono uomini, e anche tra gli ospiti, che cambiano di volta in volta, non c’è una sola donna. Certo, personaggi femminili appaiono di tanto in tanto nei racconti degli ospiti, che di volta in volta propongono un mistero da risolvere, ma sono sempre personaggi secondari, di poca importanza, e spesso la loro caratterizzazione non va oltre la macchietta – ovvero non sono in genere dei personaggi positivi, temo.
Si può parlare di sessismo di Asimov in questo caso?

Essere senza destino

» Scritto da Wick il 13/06/2008 alle 14:32  » 0 commenti
» Categorie: libri, tag:

Immagine di Essere senza destinoNon ho letto molti libri sull’Olocausto, ma fino ad ora questo è il più straziante in cui mi sono imbattuto, e non mi stupisce che Imre Kertész abbia vinto il premio Nobel per la letteratura, né che in patria sia stato messo al bando – per questo motivo, fra l’altro, ha dovuto aspettare la caduta del muro di Berlino perché il mondo conoscesse le sue opere.
Ciò che rende Essere senza destino un romanzo particolarmente duro e sconvolgente non è, che so io, una particolare attenzione per i dettagli, oppure, diciamo, non è che l’orrore della Shoah qui sia spiegato meglio che in altri libri: è il suo punto di vista a fare la differenza. Kertész, infatti, elaborando la propria esperienza personale, ha scritto questo libro in cui il lettore vive l’esperienza di essere deportati dagli occhi di un ragazzo quindicenne, un ragazzo che non sa quello che gli sta accadendo e non riesce neanche a vedere gli orrori perché è troppo occupato a sopravvivere. Essendo un ragazzino, Gyurka è curioso e osserva il campo, fa constatazioni, accetta i cambiamenti (in peggio o in meglio che siano) e, in generale, tira avanti con un’innocenza e una purezza che non viene mai associata all’idea di Lager, ovviamente, ed è per questo che probabilmente la scrittura è così sconvolgente.
Alla fine del libro, quando torna a Budapest, Gyurka si trova a rispondere alle persone che gli chiedono come fosse un campo di concentramento, e lui cerca di spiegare, con tutta la semplicità di cui è capace, che tutto consiste solo in una serie di passi: il treno, la visita medica, il lavoro forzato, la fame e tutto il resto lo si può anche accettare normalmente quando vengono uno alla volta, ma non si potrebbero mai sopportare come concetto se presi tutti assieme. Sono proprio questi passi che il libro riesce a farci vivere, e proprio per questo risulta molto realistico e riesce, in qualche modo, a descrivere ciò che non è possibile descrivere dei campi.
Perché, come pensa il protagonista parlando con un giornalista incontrato in tram, è solo per comodità, per la nostra incapacità di immaginare, che noi semplifichiamo tutto questo orrore con il concetto riduttivo di inferno, molto più semplice e comodo da accettare, per chi non l’ha vissuto, rispetto alla realtà.

Una questione privata
I ventitre giorni della città di Alba

» Scritto da Wick il 03/06/2008 alle 15:14  » 7 commenti
» Categorie: libri, tag:

Immagine di Una questione privata - ­I ventitre giorni della città di Alba Raramente ho provato tanto entusiasmo nell’iniziare una lettura come per questo libro di Beppe Fenoglio: ho aperto il libro quasi per caso e sono rimasto incollato alle pagine, abbandonando all’istante un altro libro che stavo faticosamente leggendo.
A conquistarmi subito è stato il stile di Fenoglio: pulito, lucido e realistico, ma infiocchettato di ricami di parole affascinanti. Leggere Fenoglio è un po’ come stare ad ascoltare uno di quei partigiani montanari di cui lui racconta, quelli che immagino parlare con una saggezza popolare tanto semplice quanto intrigante. Il fatto è che sembra, semplice, scrivere un racconto così, ma col cazzo che lo è davvero.

Una questione privata è un romanzo breve, la prima parte del libro, ed è di una spettacolarità indescrivibile. Oltre allo stile, su cui penso di aver già sviolinato abbastanza, mi ha coinvolto subito l’immediatezza della storia, e a tenermi col naso attaccato al libro a lungo è stata invece la sua struttura complessa: è un racconto costruito su tre livelli. C’è il livello della memoria storica (perché, purtroppo, evidentemente c’è – mai come ora – un assurdo bisogno di ribadire che i partigiani erano qualcosa di totalmente diverso da e non equiparabile a quelli che hanno combattuto per la Repubblica di Salò), c’è una storia d’amore sorprendentemente delicata e struggente (che è la questione privata del titolo: è l’amore che spinge un giovane partigiano a rischiare tutto, quasi dimenticandosi della feroce guerra in corso, solo per cercare la verità sulla sua amata) e, infine, c’è il livello – che può sembrare scontato, ma non lo è per niente – dell’avventura e dell’azione (perché, sì, i partigiani avevano una vita decisamente movimentata ed emozionante). Queste tre storie avrebbero composto tre racconti stupendi, ma messi insieme, signore e signori, raggiungono le più alte vette della letteratura.

La seconda parte del libro, I ventitre giorni della città di Alba, è una raccolta di racconti brevi, principalmente sui partigiani, e in confronto alla magnificenza della prima parte sono solo delle istantanee – ma non per questo meno emozionanti o utili (sì, lo so che è un termine bruttissimo se riferito a un qualcosa come la letteratura) – e hanno l’indiscutibile pregio di far luce su maggiori dettagli della vita partigiana: ci raccontano di questi ragazzini spauriti che, nonostante imbracciassero un fucile, sempre ragazzini spauriti erano; ci raccontano la tragica disorganizzazione dei partigiani che troppo ha pesato in alcune circostanze; ci raccontano anche il loro sentirsi disadattati nel mondo una volta che la guerra è finita; ci raccontano, in sostanza, l’altra faccia della storia epica dei partigiani, quella che vorremmo ignorare per prendere in considerazione solo l’idea eroica di un gruppo di uomini che hanno lottato per la nostra libertà. Non è un caso se, alla sua uscita, questo libro ha sollevato dubbi e perplessità negli animi della sinistra dell’epoca che tendeva decisamente verso una sorta di agiografia dei combattenti della Resistenza.

Perdonatemi l’entusiasmo con cui sto scrivendo: ho cercato di trattenere quello in eccesso, ma quando mi imbatto in un libro del genere mi riesce difficile contenere il fanboysmo latente in me.

Voto:

P.S.: oh, io devo dirlo: essere un partigiano deve essere stato una figata pazzesca! :D

Cristiani di Allah

» Scritto da Wick il 21/05/2008 alle 10:28  » 0 commenti
» Categorie: libri, tag:

Immagine di Cristiani di AllahE rieccomi, da buon fan di Massimo Carlotto, di nuovo qui a cercare di mettere insieme due parole sul suo ultimo libro. Che poi è qualche tempo che, tra collaborazioni e biografie, Carlotto sembra voler fare di tutto per disorientare i suoi fan che magari vorrebbero “solo” un altro colpo al livello di Arrivederci amore, ciao o L’oscura immensità della morte.
E infatti, questo Cristiani di Allah è un romanzo storico ambientato tra i rinnegati di Algeri. Protagonisti sono Redouane e Othmane, una coppia di corsari omosessuali che, appunto, hanno rinnegato la loro fede cristiana per abbracciare quella islamica, vivendo delle loro scorribande nei mari. E queste sono le due cose migliori del romanzo: i personaggi e l’ambientazione, entrambi elementi molto potenti e di sicuro impatto. Redouane soprattutto mi ha lasciato affascinato: Carlotto riesce a delinearlo in modo che il suo essere un sanguinario corsaro non contrasta con la sua sensibilità e delicatezza d’animo. È molto più semplice fare personaggi neri a tutto tondo (qualcuno ha detto Giorgio Pellegrini?) piuttosto che persone sfaccettate, che sanno parlare di sangue e vendetta, ma piangono quando l’uomo con cui dividono il letto parla d’amore.
Purtroppo, però, il libro non funziona, e principalmente perché la trama è stata gestita male: all’inizio avrei preferito una maggiore e più accurata introduzione ai luoghi storici e ai meccanismi così diversi dai nostri che li regolano (infatti ho faticato molto a entrare nella logica dei personaggi), e soprattutto il finale è talmente affrettato che quando ero a poche pagine dalla fine mi chiedevo se non avessi una copia fallata, cui mancassero qualche capitolo, o se addirittura il libro non si chiudesse con un “Continua…”. Ci sarebbero volute almeno il doppio delle pagine per dare agli eventi il respiro che meritavano, che invece sono finiti col ridursi a qualche colpo di spada condensato in davvero poche paginette – anche molto lineari, fra l’altro.
Ad aggravare l’amarezza c’è l’edizione in cui il libro è stato pubblicato, che mi ha stizzito per due motivi: la quarta di copertina che in poche frasi rivela praticamente tutto il libro (anticipa addirittura un “colpo di scena” – che però a questo punto non è più tale – che avviene a pagina 148, e in totale sono 189), e il prezzo davvero esorbitante (19,50 euro! Per neanche 200 pagine! Ma siamo pazzi?), giustificato dal fatto che in allegato c’è un cd (La colonna sonora del romanzo, secondo la quarta di copertina) di cui avrei davvero volentieri fatto a meno1 – fare un’edizione con cd e una senza, ma prezzo ragionevole, era troppo difficile?
Tirando le somme, quindi, purtroppo il libro mi ha lasciato deluso e amareggiato, soprattutto perché, al di là della trama, ci sono molte cose succose, e danno la frustrante sensazione di aver pranzato in un ristorante ottimo ma con portate minuscole per quanto carissime.2

Voto:

  1. Infatti l’ho ascoltato solo una volta, e molto distrattamente, mentre giocavo a Mario Kart. []
  2. Se non sbaglio quel rinnegato di Darkripper qualche tempo fa definì i libri così letteratura macrobiotica. []

Everyman

» Scritto da Wick il 09/05/2008 alle 10:13  » 10 commenti
» Categorie: libri, tag:

Immagine di EverymanDopo le mie non troppo felici passate esperienze con Philip Roth, avevo deciso di mettere da parte per un po’ i suoi libri pensando che, per via degli argomenti e del tono soliti di Roth, avrei potuti apprezzarli meglio quando avrei avuto quarant’anni. Poi l’edizione economica di Everyman mi ha fatto cedere, per fortuna.
Questo breve romanzo è la lenta e accurata descrizione di ciò che prova l’uomo qualunque quando, nella vecchiaia, deve affrontare l’idea della morte. Il protagonista senza nome passa tutti gli stadi classici: la negazione, la rabbia, l’impotenza, il senso di colpa, la disperazione, la paura e, infine, la serenità. Ecco, forse questa è la cosa che più mi è piaciuta di tutto il libro: che proprio nelle ultime pagine, dopo tante altre pagine cupe e disperate, l’everyman guarda in faccia la morte, tramite l’incontro con il becchino che ha sepolto i suoi genitori, e, per la prima volta, l’accetta. E poi, banalmente, muore.
Di recente ho letto da qualche parte che Jonathan Franzen criticava Roth perché scriveva solo di se stesso. Dai pochi libri che ho letto posso dire che è vero, ma in questo caso Roth, affrontando un argomento tanto comune e naturale (la paura della morte, della solitudine e della vecchiaia), riesce a parlare di tutti noi, oltre che a tutti noi, con una maestria da grande, grandissimo scrittore.

Capolavoro.

Voto:

Nuovo libro per David Foster Wallace? Probabilmente no

» Scritto da Wick il 03/05/2008 alle 17:47  » 1 commento
» Categorie: librisegnalazioni, tag:

Thehowlingfantods.com riporta la notizia dell’uscita di un nuovo libro per David Foster Wallace, McCain’s Promise: Aboard the Straight Talk Express with John McCain and a Whole Bunch of Actual Reporters, Thinking About Hope.

McCain’s Promise

Tuttavia, come gli stessi fantods fanno notare, il titolo, il tema del libro e la sua lunghezza fanno pensare che questa uscita altro non sia che una riproposizione a solo di Up Simba!, reportage del 2000 su McCain scritto per la rivista Rolling Stone, apparso anche in Italia nella consigliatissima (da me) raccolta Considera l’aragosta.

Spero che questo bel reportage su McCain, all’epoca di quando correva contro Bush Jr. come candidato repubblicano, possa acquistare un po’ di visibilità in più con questa edizione in questo periodo, e magari che riesca addirittura ad illuminare qualcuno lì in Jesusland.

Fuck you, Dave Eggers: fuck you

» Scritto da Wick il 22/04/2008 alle 7:29  » 3 commenti
» Categorie: avanzilibri, tag:

Salve, lettori italiani, e benvenuti a questo compendio di narrativa pubblicata originariamente negli Stati Uniti, dalla rivista trimestrale McSweeney’s. Siamo felicissimi di essere tradotti in italiano, e siamo ancora più felici del fatto che voi italiani non viviate più sotto Berlusconi. (O forse state per vivere di nuovo sotto Berlusconi? Speriamo di no!)

Dave Eggers, dall’introduzione a Non vogliamo male a nessuno, seconda raccolta in volume dei racconti di McSweeney’s

Italia 2

» Scritto da Wick il 18/04/2008 alle 12:11  » 4 commenti
» Categorie: libri, tag:

Immagine di Italia 2Sono sempre ben disposto verso i libri minimum fax, e questo dovreste già saperlo se in qualche modo mi conoscete, per cui vaglio sempre con interesse le sue novità, dato che so che di cosette interessanti ne pubblica a camionate.
Questo Italia 2, in particolare, ha stuzzicato la mia attenzione sin da subito per un dettaglio: è un reportage sull’Italia posticcia (più avanti tenterò di spiegare meglio cosa vuol dire), e tra i luoghi che i due autori hanno visitato e raccontato c’è Matera, la mia1 splendida città. E, sì, lo so che tra questo, il libro di Cappelli e il fumetto di Oliva ultimamente sto parlando piuttosto spesso del mio orticello per uno che si è sempre considerato divertito da ogni forma di campanilismo, andando forse oltre il limite del comportamento un po’ snob, ma evidentemente se il campanilismo esiste e ha presa un motivo c’è, e altrettanto evidentemente anche io sto in qualche modo entrando nel gorgo campanilistico ora che sto notando alcune cose belle e/o interessanti che provengono anche dalle nostre2 parti.
Ma torniamo al libro: Cristiano De Majo e Fabio Viola hanno scritto questo reportage che si propone di raccontare l’Italia attraverso i suoi luoghi finti e/o ricostruiti, inteso sia in senso fisico (come il restauro selvaggio che getta intere città in pasto ai turisti cristallizzandole in epoche passate) che metaforico (come per la villetta di Cogne, un luogo talmente discusso dai media che è diventato un qualcosa di decisamente altro rispetto al suo originale fisico). E quindi si viaggia assieme ai due scrittori – bravissimi per altro a tenere per mano il lettore nei loro ragionamenti, passaggi, discussioni – e si va da una parte all’altra del nostro Paese attraverso luoghi grotteschi, sorprendenti, spaventosi, tragici. E il merito di questo saggio è quello di coniugare riflessioni profonde (ad esempio ho apprezzato moltissimo, personalmente, l’analisi sul perché la visita alla Risiera di San Sabba ha un significato particolare e profondamente diverso, per quanto apparentemente simile, rispetto al turismo religioso di San Giovanni Rotondo) a passi di grande ironia e autoironia, nei quali De Majo e Viola, per esempio, fanno la parte di quelli un po’ snob loro malgrado che poi si vergognano di essere stati un po’ snob.
Il pensiero, durante la lettura, è volato spesso a un altro reportage sul bel Paese letto non molto tempo fa ad opera del da allora mio adorato Francesco Piccolo, L’Italia spensierata, e ora mi fa anche un po’ di tenerezza rileggere come in chiusura di quel post mi augurassi di poter leggere altre operazioni di questo tipo, dato che sono stato accontentato molto più in fretta di quanto non mi aspettassi.
Non mi resta che fare i miei complimenti agli autori del libro, ma anche alla casa editrice che ha supportato (molto attivamente, fra l’altro, da quanto si evince dal libro stesso) questa iniziativa: bravi, bravi, bravi.

Voto:

  1. Posso dirlo? []
  2. (ovvero mie) []